Venerdì 14 maggio: “Luci e ombre, voragini e aperture”: lezione su Antonio Moresco
In occasione dell’incontro con Antonio Moresco il prossimo 20 maggio 2010 alle 19, oggi si proporrà una lezione frontale su Antonio Moresco: le sue tematiche, le sue opere, i suoi saggi e il rapporto con la tradizione letteraria italiana e l’editoria. In particolar modo si parlerà di Canti del caos e Gli incendiati, il suo recentissimo libro.
Explore posts in the same categories: LezioniHo saltato il fosso, ho scavalcato il tempo. Ho accettato la sfida, l’ho provocata. Attraverserò cruentemente il campo nemico facendogli credere chissà cosa per poi trascinarli tutti quanti fin dove ci porterà questo sogno non ancora sognato, questo agguato. Mi espanderò in questi spazi pieni di comicità, disperazione, delicatezza e disprezzo. Entrerò nelle latrine di questo tempio scoppiato, con la mia solitudine, con la mia fiamma. E tenderò e scardinerò queste strutture in fuga totale verso non si sa dove. Le sue linee curve, i suoi piani, le sue sfere. Mentre tutti, da ogni parte, se ne stanno fermi su un piano che non esiste, su un filo di tempo che non esiste. Attorno alle loro tavole apparecchiate, fisse: i piatti al loro posto, le posate, i bicchieri. Anche i riflessi delle luci tutti al loro posto, incollati. Niente che si solleva da terra, niente che si muove, che trema. Qui invece tutto vibra, vibrerà. I bicchieri sbattono l’uno contro l’altro fin quasi a spezzarsi, vanno in pezzi contro i miei denti quando me li porto alle labbra per brindare sulla voragine di questo inizio posto dentro un inizio. Le posate si spostano a ondate sulle tovaglie, le afferro con la mano nell’aria, nello spazio. Le pareti si spalancano da tutte le parti, i lampadari si inventano orbite nuove sopra le nostre teste in fusione, in fiore, mentre diamo inizio a questo pranzo di nozze e a questo sisma. Sono seduto io a capotavola, questa volta, per la prima volta. Mi fissano da tutte le parti quelle testoline sfuocate, mentre ogni cosa non rie sce più a stare dentro se stessa, prende vita. Tutta la macchina si accende, si riaccende. Tutti gli occhi girati verso di me mentre, dentro il suo scarponcino, il mio piede vibra a sua volta sotto il piano del tavolo, sbatte contro le gambe delle sedie, manda in frantumi i tacchi degli invitati, di cristallo. Li guardo a mia volta con i miei occhi bruciati. Tutta la mia persona trema in questi spazi strappati per azzardo, per sogno, venuta da un altro mondo, da tutt’altro mondo. Io salgo dalle zone negate, allontanate. Io sono la voce che non ha mai parlato. Il mio scrigno non è ancora stato scovato, è inviolato. Sono inclinato barbaricamente dentro lo spazio, seduto sul mio sfintere, come altri prima di me, sui loro scroti dorati, sulle loro fiche ispirate. Dammi, o Musa, le forze cieche, indistinte, per andare avanti in questa poltiglia increata, spalanca di fronte a me i tuoi specchi, accoglimi nel tuo sbrego oceanico cieco, nella tua polpa molle piena di bagliori! (Da Canti del Caos, Invocazione alla Musa della parte II)
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